Ragione ed Emozione nel Disturbo Ossessivo Compulsivo

La maggior parte dei disturbi emotivi deriva da idee irrazionali su noi stessi, gli altri e il mondo in cui viviamo. Atteggiamenti e convinzioni irrazionali, che la famiglia stessa e le altre istituzioni sociali ci incoraggiano ad accettare fin dalla prima infanzia. Tali convinzioni assurde sono poi perpetuate tramite un processo continuo di autopropaganda o interiorizzazione, un processo che inesorabilmente facilita l’insorgenza e soprattutto il mantenimento di molti disturbi emotivi (Albert Ellis in Ragione ed Emozione in Psicoterapia).

Nel Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) riscontriamo molteplici distorsioni cognitive, convinzioni e credenze disfunzionali. Le ossessioni sono pensieri e immagini mentali intrusive, sgradevoli e persistenti che causano risposte emotive e fisiologiche disturbanti. Per attenuare questo stato di malessere mettiamo in atto comportamenti compulsivi e coping maladattivi per diminuire ansie e paure, stategie di rimuginio ansioso covert ed overt, come ad esempio quando abbiamo il desiderio e la pretesa di voler prevenire catastrofi o sciagure (convinzione irrazionale) con la forza del pensiero e del ragionamento. Tratti comuni sono il ricorso a comportamenti perfezionistici che il soggetto adotta rigidamente al fine di recuperare un senso di maggior valore, la preoccupazione per l’ordine e per le regole e la procrastinazione. In questo senso, il perfezionismo sembra assumere una funzione regolatoria finalizzata al mantenimento di una buona immagine di sé. La persona ha la convinzione che possa esistere una “soluzione perfetta” per ogni problema e percepisce un rapporto diretto tra la capacità di trovare tale soluzione e il valore personale. Gli elevati standard di prestazione che la persona si pone, assieme alla catastrofizzazione delle conseguenze di un errore, potrebbero indurlo a compiere un rigido automonitoraggio della propria prestazione rendendo spesso lento lo svolgimento di compiti considerati importanti; incorrere in un errore potrebbe spingerlo a rifare tutto da capo.

Io sono il mio pensiero (definita fusione pensiero azione), ossia aver pensato a qualcosa di brutto corrisponde ad averlo commesso, sono ulteriori elementi centrali e disfunzionali che caratterizzano il sistema di funzionamento psicologico della persona con DOC, come anche il sentimento pervasivo di responsabilità agli eventi negativi che potrebbero accadere ai nostri cari o a noi stessi se non completiamo perfettamente rituali e controlli overt e covert. In tal senso si attribuisce a sé stesso un grado speciale di responsabilità nel provocare effetti dannosi nel mondo reale o morale. Venire a conoscenza di una disgrazia può provocare lunghe rimuginazioni alla ricerca di una sua improbabile responsabilità nella vicenda accaduta.

Inoltre le ossessioni possono mettere in dubbio i nostri valori più intimi e profondi a cui teniamo di più, e le utilizziamo inconsapevolmente come euristiche e strategie cognitive per ricercare una soluzione e certezza perfetta a un dubbio che riteniamo (credenza disfunzionale e distorsione cognitiva) profondamente importante e pericoloso per la nostra sopravvivenza psicologica o incolumità fisica (intolleranza alle incertezze della vita). Il soggetto in questo scenario mentale doloroso, può tendere a sovrastimare la probabilità di eventi pericolosi e la gravità delle conseguenze di questi. Una tale cognizione potrebbe dare seguito ad un eccessivo controllo sui propri comportamenti al fine di evitare di arrecare danni a se stessi o agli altri.

Per concludere, le ossessioni sono complesse e articolate e per ciascuno di noi hanno caratteristiche e contenuti diversi rispetto alla nostra storia di apprendimento e struttura di personalità. Probabilmente la più grande prigione per un essere umano viene dalla sua mente e ha la formula “Io sono…”. Nel doc in particolare: “Io sono il mio pensiero oppure pensare a qualcosa di brutto o pericoloso significa che..”, può diventare “sentire il bisogno di… altrimenti può accadere qualcosa di terribile”, oppure “se provo ansia e sensazioni spiacevoli significa che mi devo preoccupare terribilmente…”. Avere la convinzione che le persone dispongano di un alto grado di controllo sul pensiero spontaneo e né siano responsabili, potrebbe comportare un monitoraggio frequente di pensieri o immagini mentali presenti nella mente, un senso di responsabilità per l’eventuale presenza di contenuti indesiderati, un obbligo ad allontanare detti pensieri o immagini. La persona immersa in uno stato mentale terribilizzante ed incerto, può strutturare la convinzione che la semplice presenza o formulazione di un pensiero abbia conseguenze sul piano morale o reale. In altre parole anche in questo caso la persona valuta sé stesso in base ai pensieri che fa, e presenta la convinzione stabile e inferenziale che avere un cattivo pensiero non è moralmente differente dal fare una cattiva azione.

Tenere troppo strette visioni rigide di noi stessi ci rende molto più resistenti al cambiamento anche quando questo ci serve a vivere una vita più significativa: tutte le volte che ci definiamo in modo rigido, oscuriamo l’opportunità di esplorare nuovi aspetti del nostro Sè, un’opportunità che ci permetterebbe di sentirci più vivi, arricchendo le nostre vite di nuove sfumature di colore e significati (ACT). Il terapeuta cognitivo – comportamentale aiuta a riconoscere, sradicare e moderare questi falsi ‘valori’ e credenze centrali, con l’obiettivo di aiutare la persona a diventare più razionale e logica, più efficace e flessibile, felice e soddisfatta.

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